Outdoor education ed educazione ambientale: differenze, esempi e una guida per iniziare, migliorare e progettare il lavoro con la natura

Outdoor education ed educazione ambientale: il rischio della confusione

Negli ultimi anni le parole outdoor education ed educazione ambientale sono entrate nel linguaggio educativo: le trovi nei progetti scolastici, nei bandi, nelle proposte di associazioni e professionisti, persino sui contenuti dei social media.

Può capitare che questi due termini vengano usati come sinonimi, a volte anche come etichette rassicuranti o come parole chiave da infilare dentro una descrizione per far sembrare un’attività più “giusta”, più attuale, più desiderabile.

Il rischio facendo così è che perdano il loro significato… o che diventino, a tutti gli effetti, greenwashing.

La conseguenza è che nel linguaggio comune vengono ridotte ad una formula semplice e comoda, quella che sento ripetere in mille varianti, a volte con leggerezza e a volte con stanchezza:
Alla fine basta portarli fuori, no?”.

“Alla fine basta portarli fuori, no?”

È una frase che sento spesso, troppo spesso…

A volte viene detta come se fosse una cosa ovvia che tutti sanno, ma nessuno dice ad alta voce.
Altre volte con quel tono che conosco bene, quello di chi ci ha provato davvero e non riesce a capire perché non sta funzionando come sperava. 

Me la dicono insegnanti che vorrebbero fare di più con i loro bambini, ma non hanno strumenti, non hanno tempo, non hanno supporto.

Me la dicono guide escursionistiche che sentono che manca qualcosa alle loro proposte, che vorrebbero andare oltre l’accompagnamento, ma non sanno dove mettere le mani.

Me la dicono educatori che hanno iniziato con entusiasmo enorme e poi si sono ritrovati a ripetere attività sempre uguali, anno dopo anno, senza riconoscersi più in quello che fanno.

Arriva la faticala difficoltà di portare avanti certi valori, quando tutti e tutto intorno sembrano voltare le spalle o considerarli argomenti non così fondamentali.

Ma sotto sotto, se fai parte di questo lavoro anche tu… lo sai che educazione ambientale non è semplicemente “stare fuori”. Lo sai, lo intuisci, lo senti. E vuoi fare di più.

Le domande di chi vuole integrare la natura nella sua didattica

Eppure il dubbio rimane sospeso:

come si fa davvero a non fermarsi alla superficie? Come si costruisce un’esperienza che abbia senso educativo, senza trasformarla in una lezione mascherata da uscita o, al contrario, in una gita piacevole che finisce nel momento stesso in cui si torna a casa?

Dubbi, domande, incertezze che si fanno tutti nel nostro ambito e che hanno avvolto anche i miei pensieri anni fa, quando stavo iniziando e quando ho scelto corsi e formazioni per saperne di più… e che a volte mi hanno fatta restare con l’amaro in bocca, con quelle lezioni che finivano lì e mi facevano pensare “ok…e quindi?”…

Hai presente?

Se invece arrivi da un contesto scolastico più tradizionale, magari questo dubbio non ha ancora un nome preciso, ma lo senti lo stesso… ad esempio quando torni in classe dopo un’uscita e fai fatica a capire cosa sia rimasto davvero oltre al fango sulle scarpe e alla stanchezza nelle gambe.

Quando cerchi “educazione ambientale” online per integrare delle attività nell’ora di educazione civica e trovi proposte molto diverse tra loro, tutte apparentemente simili nella forma e pochissime capaci di spiegare cosa c’è dietro, quale visione guida quelle scelte, perché quella proposta e non un’altra.

Per proteggere qualcosa ci vuole amore. Per amare occorre essere interessati a tal punto dal provare empatia. Per provare empatia occorre… conoscere, sentire vicino, toccare con mano.

Benedetta Sala, @duepassiinnatura Tweet

Che cosa trovi in questo articolo sull’educazione ambientale e outdoor education… e che cosa non trovi

Questo articolo nasce da tutti questi quesiti… li ho raccolti dall’esperienza sul campo, dalle formazioni, dalle domande continue degli insegnanti e da quelle dei liberi professionisti che sto affiancando con le mie consulenze

Non leggerlo con la convinzione chealla fine saprai fare tutto perfettamente”, perché sarebbe una promessa veramente vuota e impossibile da raggiungere con un articolo di blog, seppur molto approfondito e accompagnato da fonti scientifiche.

E sarebbe una promessa anche un po’ offensiva nei confronti della complessità di questo lavoro.

Leggilo in quest’ottica: ti sarà utile per spostare lo sguardo e mettere ordine! Forse qui inizierai a capire perché ti senti bloccato e da dove può avere senso partire, senza improvvisare e senza dover diventare perfetto ancora prima di iniziare.

Cosa trovi in questo articolo

  • la distinzione tra outdoor education ed educazione ambientale, senza definizioni da manuale ma con esempi che ti aiutano a riconoscerle sul campo
  • perché “stare fuori” non è di per sé educazione ambientale, anche se è un ottimo punto di partenza
  • indicazioni per iniziare a proporre attività all’aperto con spazi e tempi realistici
  • la mia visione maturata sul campo, anche quando è un po’ controcorrente rispetto a ciò che si sente ripetere nel settore
  • cosa significa progettare un’attività, perché la progettazione è la parte invisibile che fa la differenza e quali domande guidano davvero il dietro le quinte
  • errori comuni da evitare quando si comincia, quelli che fanno perdere fiducia a te e al gruppo
  • una sezione Q&A pensata per insegnanti, guide e naturalisti che vogliono lavorare con gruppi, con risposte orientative ma non “definitive” e con un confine per quando occorre un confronto personalizzato

Questo articolo non è un manuale con istruzioni da seguire alla lettera… È una mappa per orientarti in un territorio che viene raccontato troppo spesso in modo troppo riduttivo.

Leggilo tutte le volte che ti serve e portalo con te nel tuo lavoro: ti servirà più volte. 

Prima di tutto: perché questa confusione è normale

Outdoor education ed educazione ambientale sono due ambiti che si sovrappongono spesso perché condividono un terreno comune: (scritta in modo semplice) l’idea che si impara attraverso l’esperienza e che l’ambiente, inteso proprio come spazio reale e non come concetto astratto, entra nel processo educativo e lo plasma.

Ma hanno origini e obiettivi diversi.

In più, viviamo un momento storico in cui la natura è diventata contemporaneamente un bisogno e un’etichetta. È un bisogno perché tanti bambini (e tanti adulti) vivono una distanza crescente dall’esperienza diretta con l’ ambiente naturale; è un’etichetta perché questa consapevolezza è entrata nel linguaggio pubblico, nei bandi, nel “si dice”…

Persino ai TG ne parlano lasciando in sospeso la questione, perché poi di fatto nella pratica le azioni concrete si contano sulle dita di una mano.

L’uscita solo per stare fuori

È da quel “ho sentito che in quella scuola fanno così” che potrebbe nascere la scorciatoia: “basta portarli fuori”.

Il punto è che stare fuori può essere una componente fondamentale, ma non è automaticamente educazione ambientale e non è automaticamente outdoor education fatta bene.

Con questo atteggiamento rischiamo di fare due passi indietro: la natura non è una scenografia o uno sfondo neutro in cui spostare le attività… è un ambiente vivo con ritmi, limiti, rischi, imprevedibilità, spazi di apprendimento e se ci entri senza cornice educativa, senza cura, senza progettazione, quello che si ottiene, purtroppo, è una gran confusione. Per il professionista che conduce, per il collega che ci vuole provare, ma ha già qualche dubbio e per il gruppo di partecipanti (in questo caso, intendo di tutte le età, non per forza solo bambini in ambito scolastico).

Ed è così che quei dubbi di quel collega vengono confermati. O che si conferma ancora di più nel gruppo il concetto di stare all’aperto come sfogo, intrattenimento e divertimento. 

Trasformando l’outdoor in “troppo difficile”, “troppo rischioso”, “non adatto alla mia classe”, “non efficace”. 

Educazione ambientale: le basi

L’ Educazione ambientale è un processo educativo che mira a sviluppare consapevolezza, conoscenza, atteggiamenti, competenze e partecipazione rispetto alle questioni ambientali, cioè rispetto al modo in cui gli esseri umani vivono dentro gli ecosistemi e li influenzano. È un concetto nato di recente (ma neanche tanto, avrebbero dovuto esserci sviluppi più consistenti), non è “una moda green”: è un impianto costruito nel tempo e un riferimento storico molto citato è la Conferenza di Tbilisi del 1977, che definisce obiettivi e caratteristiche dell’educazione ambientale proprio in questi termini.

I primi concetti in realtà risalgono a qualche anno prima, il 1972 quando nella Conferenza di Stoccolma compare la questione dello sviluppo sostenibile.

Ma non voglio approfondire l’ambito storico, ti inserisco le date per farti capire quanto la nostra evoluzione, le nostre risorse, le nostre attività siano sempre state legata alla natura (perché lo siamo anche noi), ma sia stata formalizzata solo di recente con qualche definizione.

Questa cosa, detta così, può sembrare teorica, ma nella pratica significa: educazione ambientale non è solo “imparare informazioni sulla natura”, è imparare a leggere relazioni e conseguenze, è costruire un modo di stare nel mondo che non metta l’essere umano al centro come se tutto fosse sempre a sua disposizione. È diffondere una visione biocentrica, riscoprire la connessione che molti hanno perso… 

per me, per come la vivo come persona e poi come professionista in questo settore, l’educazione ambientale associata solo alla questione dei rifiuti, della sostenibilità, del riciclo creativo… è superata. Per me è un insieme di tanti approcci: la divulgazione naturalistica, l’outdoor education come metodologia didattica, l’accompagnamento di gruppi in natura, il metodo scientifico applicato alla quotidianità.

Stare fuori fa bene, ma l’educazione ambientale non si limita a quello: è un punto di partenza, non un limite

Stare all’aperto fa bene.

E fin qui ci siamo tutti, no? Ormai lo abbiamo capito, ne ho parlato anche in questo articolo per la stagione fredda e ho svolto diverse formazioni a riguardo legate alla biofilia, agli studi clinici, alle esperienze vissute in prima persona.

In brevissimo, ti accenno che la letteratura scientifica degli ultimi decenni è ampia: parla di attenzione, di stress, di benessere psicofisico e ci sono modelli teorici molto citati come l’Attention Restoration Theory di Kaplan, che descrive come certi ambienti naturali facilitino il recupero della fatica attentiva e studi di Kuo e collaboratori che hanno esplorato, tra le altre cose, il rapporto tra esposizione a contesti verdi e capacità di concentrazione in bambini con ADHD.

Però, ed è qui che c’è la differenza sottile, l’educazione ambientale come la intendo io non coincide automaticamente con questi benefici.

Un bambino che passa due ore al parco a giocare liberamente sta vivendo qualcosa di prezioso per il suo sviluppo, ma non per questo sta facendo educazione ambientale.

Allo stesso modo, una classe portata nel bosco senza una cornice educativa può tornare a casa rilassata, stanca, magari felice, ma senza aver sviluppato nuovi strumenti di lettura del mondo naturale.

Vedi che la differenza sta nel “come” li porti fuori, non nel “cosa” gli fai fare?

Sottile… ma fondamentale.

Un accenno all’outdoor education

L’Outdoor education o in italiano Educazione all’aperto è un approccio educativo che considera l’esperienza all’aperto come contesto di apprendimento.

Non è una “materia” e non è un contenuto: è una metodologia, è un modo di organizzare tempo, spazio, corpo, esplorazione, autonomia, relazione, che è stata riscontrata in diversi approcci pedagogici e in vari pedagogisti che hanno fatto la storia della pedagogia e della didattica, in Italia e all’estero.

Uno dei problemi associati a questo nome nella quotidianità educativa che arriva spesso nelle domande durante le formazioni e le consulenze sta nel concetto di “outdoor”.

Non approfondisco ogni sfaccettatura, altrimenti dovrei scrivere un libro intero, ma ecco il punto: outdoor non significa per forza “natura selvaggia”. 

Si può fare in un cortile, in un giardino, un quartiere, una piazza… si può fare Outdoor Education (ed Educazione ambientale) anche in città. 

È la metodologia che fa la differenza, non il luogo scelto! Questo non sminuisce la natura, anzi: ti permette di rispettarla e di costruire una continuità educativa, didattica e naturalistica.

Una volta che comprendi la metodologia, essendo proprio un metodo, la puoi applicare ovunque.

Ovviamente il difficile sarà conoscere gli aspetti naturalistici ed ecologici, motivo per cui un insegnante può arrivare fino ad un certo punto e poi occorre necessariamente l’intervento, in co-progettazione, di un professionista esterno (con competenze riconosciute eh!!)

Educazione ambientale e Outdoor education: due approcci (o più, ce ne sarebbero anche altri) che dialogano

Per renderti questa distinzione più chiara, uso lo stesso esempio che ho dato ad un’insegnante in consulenza… lo estrapolo da un discorso più ampio e te lo dico perché tutto questo discorso è veramente difficile da racchiudere in un articolo.

  • Outdoor education risponde anche alla domanda “come imparo?”, cioè che tipo di esperienza creo perché un gruppo sviluppi competenze, fiducia, autonomia, capacità di osservare, di cooperare, di gestire il proprio corpo nello spazio?
  • Educazione ambientale risponde alla domanda “che relazione costruisco con il mondo naturale e con le scelte umane dentro gli ecosistemi?”, cioè quali strumenti e conoscenze do per leggere relazioni, conseguenze, responsabilità e partecipazione?

L’intersezione delle due… è pura magia, è quella che mi ha fatto battere il cuore ancora di più e che mi ha fatto scegliere di formarmi anche in Outdoor Education dopo l’università di Scienze Naturali.

Quando si incontrano succede qualcosa di potente: tutto diventa una relazione viva fatta di osservazione, emozione, conoscenza e scelte… anche quotidiane. 

Non sto banalizzando se ti dico con il cuore in mano che riuscire a comprendere e a mettere in pratica tutto questo ti cambia la vita. Prima la tua… poi quella delle persone a cui ti rivolgi. È questo che può fare la differenza a scala globale. 

L’educazione ambientale è una questione di sguardo

Una delle cose che mi capita di ripetere più spesso è questa: l’educazione ambientale non vive solo fuori. Può nascere in un’aula, davanti a una fotografia, davanti a una traccia, dentro una domanda veramente curiosa… Il fuori amplifica, rende più diretto, più sensoriale, più “vivo”, ma non sostituisce il lavoro educativo.

Quello che fa la differenza è lo sguardo con cui accompagni un’esperienza.

Uno sguardo che non cerca risposte immediate, ma allena l’osservazione. Quello sguardo che accetta l’incertezza, perché non sempre si vedrà qualcosa di spettacolare e va bene così. Uno sguardo che dà valore ai processi, non solo agli esiti.

Quando questo sguardo manca, l’uscita rischia di diventare vuota… 

E un altro aspetto che interviene per fare la differenza è, naturalmente, la progettazione

Progettazione: il dietro le quinte che non si vede e che fa (tutta!) la differenza

SE SEI UN PROFESSIONISTA DELLA NATURA RADDRIZZA LE ORECCHIE, QUESTA PARTE è FONDAMENTALE! 

Senza girarci intorno: una proposta fatta bene ha sempre ore di lavoro invisibile alle spalle. Ore che non si traducono in materiali complicati o in programmi rigidi, ma in domande.

E fa la differenza, davvero, in tutti gli ambiti naturalistici e didattici… se arrivi dal mondo didattico lo sai già benissimo, senza progettazione non si va letteralmente da nessuna parte.

Se arrivi dall’ambito naturalistico o se aspiri ad un lavoro con la natura, voglio dirti una cosa cosa in modo un po’ diretto: se pensi che diventare, ad esempio, guida escursionistica per portare in montagna le persone nel weekend e riempire i tuoi gruppi semplicemente buttando fuori un volantino online, sappi che non è così che funziona.

Prima di tutto, il nostro (quello naturalistico), come quello di tutti gli altri ambiti… è un lavoro serio, a tutti gli effetti. Se lo vuoi fare per puro passatempo e divertimento, te lo dico con il cuore, lascia perdere, anche per rispetto di chi lo fa per lavoro.

Se invece sei qui perché vuoi davvero scavare a fondo (e magari capire se può fare per te)… inizia a ragionare con queste domande.

Chi ho davanti, davvero? Che età hanno e cosa significa questo in termini di attenzione, movimento, linguaggio, bisogni? Che rapporto hanno già con la natura? In che territorio mi trovo e cosa racconta questo luogo? Che tipo di relazione voglio facilitare: con un ambiente, con un processo ecologico, con una specie, con un comportamento?

Queste domande guidano ogni scelta: durata, ritmo, strumenti, momenti di parola e di silenzio, proposte pratiche, confini.

Nei progetti che seguo, spesso la fase più lunga non è quella sul campo… ma quella di messa a fuoco: il passaggio dal “facciamo qualcosa sugli animali” al “che esperienza voglio che le persone vivano rispetto al fatto che gli animali ci sono anche quando non li vediamo?”.

Quel passaggio è ciò che distingue un’uscita da un’esperienza educativa.

E qui, se ti sembra che sto “complicando” le cose, voglio essere chiara: non si tratta di complicare… ma di responsabilità. 

È la differenza tra fare una cosa una volta ogni tanto e farne un lavoro. E in modo indiretto riguarda anche il valore, anche economico, che vuoi comunicare, che ritieni giusto per te e che non sei disposto a trattare per la dignità di ciò che fai. Ma di questo, ne parleremo in un altro articolo.

Progettare senza promettere certezze: un esempio del lavoro con una guida ambientale escursionistica

Se hai letto fino a qui vuol dire che hai davvero un interesse per questo ambito e probabilmente ti senti affine a me, a quello che ti scrivo e ai valori che guidano la mia vita e il mio lavoro. 

Così ora voglio portarti un esempio di tutto quello che ti ho appena raccontato, perché va bene parlarne, ma poi bisogna guardare i fatti.

Ho lavorato con Chiara, Guida Ambientale Escursionistica della Toscana, alla progettazione di un laboratorio che proporrà a breve, a marzo 2026. Il punto di partenza era molto sottile… per farti capire non era “facciamo un’attività sugli animali”. 

Chiara voleva trasmettere l’esistenza di animali spesso poco considerati e soprattutto voleva far vivere ai bambini una cosa che nel mondo adulto spesso si perde: uscire senza la certezza di vedere qualcosa. 

Da lì abbiamo costruito un’esperienza in cui il centro non è l’incontro “premio” con l’animale, ma la lettura degli indizi: impronte, segni di passaggio, resti di cibo, tracce indirette, strumenti che abbiamo a disposizione per conoscere queste specie, che seppur sottovalutate, sono davvero importanti.

Stiamo parlando di micromammiferi e mesomammiferi.

Così gli strumenti centrali dell’attività diventano, in modo naturale, un ponte verso il metodo scientifico, come pratica: osservare, fare ipotesi, confrontare, accettare l’incertezza. E la didattica sociale: fare gruppo, cooperare, condividere, confrontarsi, portare avanti un dibattito.

Lo chiamo laboratorio, ma era molto di più, e questo rientra nel mio modo di ideare, progettare e realizzare attività di educazione ambientale e divulgazione scientifica per altri professionisti:

Chiara ora ha in mano una proposta per le scuole di più incontri e con diverse metodologie da adattare in base alla classe, ma anche in mano una mezza giornata o giornata intera da dedicare ad un weekend per famiglie.

Lei, è una guida escursionistica empatica, determinata, dolce, artistica e scientifica… tutto allo stesso tempo. Ha preso ciò che le ho consegnato… lo ha sentito davvero suo e lo ha adattato in base alle proposte che voleva fare durante l’anno.

Inutile dire che non vedo l’ora di sapere come andrà, ma sono sicura che andrà bene… non perché l’ho fatto io e voglio dirlo al mondo, ma perché è stato co-progettato e si basa su tutto ciò che ti ho scritto prima. 

Ho seguito i suoi interessi e desideri per crearlo, i suoi obiettivi, i suoi valori di natura ed educazione ambientale: ha fatto questa attività durante Achillea, il mio percorso di affiancamento di 6 mesi, quindi abbiamo lavorato fianco a fianco per un mese e mezzo prima di consegnarle il laboratorio su misura per lei.

Questo è anche per farti capire perché mi viene da storcere il naso quando vedo laboratori, attività ed esperienze vendute online a pacchetto o come pdf standard… per ottenere un laboratorio naturalistico davvero su misura, le variabili da considerare sono veramente numerose.

Per me, è impossibile da realizzare in modo standard dopo qualche ora di lavoro o, addirittura, aver chiesto idee a ChatGPT e inserirle in un quaderno da vendere online.

Sì, purtroppo oggi succede anche questo.

Educazione, natura e grandi spettacoli: un momento per riflettere sul lavorare con la natura nel 2026

Ultimamente c’è una narrazione diffusa che associa il valore di un’esperienza alla sua spettacolarità: più cose viste, più cose fatte, più successo… purtroppo sta andando di pari passo ad altre problematiche, legate all’ambito famigliare, sociale e didattico, legate al mondo dell’infanzia. 

Non toccherò l’argomento pedagogico e sociale perché non mi riguarda, ma ciò che sta succedendo nella crescita e nello sviluppo dei bambini al giorno d’oggi rispecchia anche quello  che sta succedendo nel mio mondo, quello naturalistico. D’altronde, ogni cosa è collegata.

La divulgazione naturalistica e le attività legate alla natura per bambini e adulti non dovrebbero essere associate alla spettacolarizzazione.

Non perché lo dico io (anche se questa è a la mia visione), ma perché si rischia di alimentare ciò che non vorremmo. Il business, il greenwashing e l’idea che sia un lavoro che possono fare tutti e che basti prendere qualche certificato per diventare educatore ambientale.

L’educazione ambientale non aggiunge in continuo cose da fare, cose da vedere, spazi e tempi da riempire. Un’attività naturalistica fatta bene… è anche una proposta che toglie, che rallenta, che fa tornare alla semplicità.

E un professionista che porta il “conoscere per proteggere” come suo primo ideale e non il business come suo scopo prioritario, è in grado di accettare domande aperte piuttosto di dare continuamente risposte già pronte. È in grado di capire quando è il caso di dire no, anche se perde un’opportunità; ed è anche in grado di capire quando è il momento di non pubblicare quella scoperta e non condividerla con il mondo, pur di proteggerla… anche se quel giorno non andrà virale e non avrà gli occhi puntati su di lui.

Nei percorsi che lasciano davvero qualcosa, quello che resta non è l’elenco delle specie incontrate, ma un cambio di postura e di priorità, come mi piace chiamarlo… un lavoro di empatia: più attenzione, più rispetto, più capacità di leggere il mondo senza pretendere che si consegni nelle nostre mani.

Se questo approccio ti dà leggermente fastidio o ti smuove sensazioni che non immaginavi, forse è perché ho toccato un tasto dolente… ed è normale.

Lavorare in questo ambito significa scavare a fondo, veramente tanto. Prima in noi stessi, poi nel mondo, fatto di altre persone e di territori.

Sei disposto a fare davvero tutto questo per fare questa professione?

Da dove iniziare: una guida (senza illusioni di perfezione e di risolvere tutti i tuoi problemi eh…)

Alcuni suggerimenti per partire con il piede giusto, perché lo sappiamo che il primo passo quando vuoi fare una cosa è sempre il più difficile. Poi ci saranno salite, discese, pause e passi in piano… non è tutto in discesa, anzi, ma ripeto è un inizio!

1) Parti dal contesto, non dall’attività

Non  “che attività faccio?”, ma  “dove sono e cosa mi sta dicendo questo luogo?”.

Se sei una scuola: qual è il fuori più vicino e più ripetibile? Cortile, giardino, parco.
Se sei una guida: qual è il territorio che conosci davvero, quello che puoi leggere a fondo senza affaticarti di più?
Se sei un naturalista: qual è un luogo dove puoi tornare più volte e vedere cambiamenti, perché la ripetizione nello stesso posto è una delle forme più educative che esistono?

2) Definisci un obiettivo educativo che non sia una frase bella da mettere nel progetto giusto perché è “green”

Obiettivi che non aiutano: “stare bene in natura”, “rispettare l’ambiente”, “conoscere gli animali”… Non perché siano sbagliati, ma perché sei il primo che quando li legge in qualche proposta poi pensa “eh grazie, ma vuol dire tutto e niente”

Obiettivi d’esempio per un’attività rivolta ad una scuola: “allenare l’osservazione lenta”, “accettare l’incertezza dell’incontro”, “riconoscere le relazioni e le connessioni ecologiche”, “sviluppare autonomia nell’equipaggiamento e nell’esplorazione esterna attraverso il corpo e il movimento”.

3) Scegli tempi realistici e smetti di voler fare tutto in un’ora

Qui, come per tutto il resto… meno, ma meglio.

E qui c’è anche un punto importante: se parliamo di benefici cognitivi e recupero attentivo, l’ART di Kaplan è spesso citata proprio perché descrive come certe caratteristiche degli ambienti naturali facilitino il “recupero” dalla fatica attentiva, quindi non serve per forza una giornata intera ogni volta per avere un effetto sul benessere o non serve riempire un’ora all’aperto con 5 momenti diversi… soprattutto se lavori sulla continuità.

4) L’organizzazione è già parte del processo educativo

Vestirsi a strati, avere calze di ricambio, guanti, scaldacollo, scarpe adatte, borraccia, impermeabile quando serve: questa parte è educativa perché insegna cura del corpo, autonomia, responsabilità. 

Nel programma dei laboratori scolastici che ho fatto in co-progettazione e affiancamento dell’azienda agricola Juppi, nel Roero, per esempio, l’equipaggiamento e le indicazioni pratiche sono trattati come base per rendere l’esperienza positiva e sicura e non come un dettaglio.

5) Decidi il tuo ruolo: meno spiegazioni, più presenza

All’aperto il ruolo dell’adulto cambia. Non sei lì per riempire ogni spazio con parole, sei lì per osservare, ascoltare, fare… ovviamente dipende da che ruoli hai e questo non vuol dire che se sei il professionista esterno chiamato dalla scuola allora stai con le braccia conserte a guardare i bambini che fanno cose in natura.

Lo scrivo perché magari qualculo lo dà per scontato 🙂 

Per chi arriva dall’ambito naturalistico, questa è spesso la curva più difficile: sapere tante cose non significa saperle trasformare in esperienza educativa!

6) Metti in conto la parte invisibile: progettazione, sopralluogo, revisione

Decidere un tema e un contesto, fare sopralluogo, studiare, selezionare materiali e strumenti, scrivere una traccia, preparare, svolgere, poi rivedere e aggiornare.

È qui che una proposta smette di essere un evento e diventa un lavoro vero e proprio.

E se questa parte invisibile non viene riconosciuta, succede una cosa che vedo spesso: o inizi a regalare tempo e ti svuoti, o inizi a semplificare e perdi qualità.

Nessuna delle due strade è sostenibile, nel senso letterale della parola: non regge

Purtroppo, è un tema veramente comune e tutti i professionisti che arrivano in affiancamento tirano fuori questo discorso: ne ho parlato anche su Instagram con dei post dedicati.
Alcuni con ironia, altri con schiettezza, altri ancora con informazione e divulgazione.

Da questi contenuti puoi comprendere il mio approccio e fare un primo passo se ti ritrovi in queste situazioni, ma come al solito non voglio farti false promesse: da dei contenuti Instagram non puoi risolvere la situazione. Il tema del valore, di prezzi e preventivi è delicato e si modifica, si migliora e si risolve in tanto tempo, con lavoro e costanza.

Errori comuni quando si comincia (quelli che ti fanno perdere fiducia)

  1. Partire dall’attività “carina” invece che dall’obiettivo (tipo quelle di Pinterest o comprate online)
  2. Voler spiegare troppo perché ti sembra che “altrimenti non imparano” o “altrimenti non sembro all’altezza del mio lavoro”
  3. Pensare che outdoor significhi “lontano”, quando ciò che serve è il contrario!
  4. Non preparare famiglie e contesto e poi ritrovarti ogni volta a gestire freddo, fango e frustrazione.
  5. Non prevedere una revisione e quindi ripetere gli stessi errori

Un esempio dal campo: Juppi, quando l’educazione ambientale entra davvero in un’azienda agricola che vuole fare la differenza nel suo territorio

Dopo aver visto gli errori comuni, voglio fermarmi un attimo su un esempio che per me è molto rappresentativo perché mette insieme tre cose che spesso vengono raccontate separatamente: la bellezza di un contesto agricolo familiare, la fatica concreta del portarlo avanti oggi e il bisogno reale di metodo quando si decide di integrare attività educative che non siano la solita “giornata a tema giusto per farli divertire”.

L’Azienda Agricola Juppi mi ha contattata perché Giovanna e Daniele volevano integrare le attività di educazione ambientale nella loro realtà che si occupa di produzione di frutta e frutta secca autoctona del territorio, coltivata con rispetto da generazioni in una realtà a conduzione famigliare e che ha sentito la volontà di diventare il punto di riferimento per le scuole del territorio.

E già qui c’è una considerazione importante: mi hanno cercata per un “piano B” perché il mondo dell’agricoltura è complicato, chi lavora la terra oggi lo sa bene quanto è diventato complesso, soprattutto per i danni del cambiamento climatico ed eventi estremi. 

Loro sì… volevano il Piano B, ma non come greenwashing: volevano portare più natura, più autenticità e più semplicità nella vita dei bambini del loro territorio… che non vivono più la natura e lo stare fuori come una volta.

Volevano essere la realtà di appoggio per le scuole, con lo scopo finale del “conoscere per proteggere”.

Attraverso il gioco, il divertimento e attività fondate sulla divulgazione naturalistica, attraverso quindi l’educazione ambientale e la metodologia dell’Outdoor Education… Si sono rimboccati le maniche e abbiamo lavorato insieme, fianco a fianco, per un anno e mezzo.

 

Tra i loro obiettivi: comprendere l'Outdoor Education e metterla in pratica

Mi hanno contattata perché ci credevano davvero. Giovanna e Daniele vedevano nella loro azienda una potenzialità enorme e sentivano che quel tipo di potenzialità, da sola, non bastava.

La visione è fondamentale, ma a un certo punto serve anche la competenza per trasformare un’idea in un’esperienza che funziona con le scuole, che regge nel tempo, che non si sbriciola alla prima difficoltà organizzativa o al primo insegnante che arriva già stanco e diffidente.

C’è una frase che Giovanna mi ha detto e che mi ricordo benissimo perché è la stessa che sento ripetere da insegnanti, educatori, guide, ed è la stessa che mi ha fatto affezionare a loro fin dal primo momento:

Ho studiato, ho approfondito, tutti parlano di outdoor education ma nessuno di fatto ti spiega come si fa”.

Me l’ha detto come mamma, come imprenditrice e prima di tutto come persona che osserva il mondo e si è resa conto che qualcosa non andava. Ha ammesso una fatica… di cui non aveva colpa. 

Loro sono prima di tutto genitori che credono profondamente nel far passare ai bambini tantissimo tempo all’aria aperta, a contatto con gli elementi naturali, con tutto ciò che significa sporcarsi, bagnarsi, sentire freddo e caldo, fare esperienza vera del mondo. Per loro non è un’idea romantica: è una scelta educativa e familiare.

E l’ho visto con i miei occhi quando sono andata a trovarli… 

 

Alcune cose fatte insieme: il programma e i laboratori

Abbiamo lavorato insieme sulle attività da proporre alle scuole locali e anche qui la differenza è stata non cancellare quello in cui loro si sentivano già forti (perché avevano già proposte molto coerenti con i loro prodotti e con la loro identità), ma ampliare in modo sensato.

Non aggiungendo idee a caso, ma costruendo un programma di laboratori che stesse in piedi: 8-9 nuove proposte integrate, di cui 5 laboratori preparati da me, con una consegna scritta e modulare, perché quando lavori con le scuole non puoi permetterti un laboratorio “unico e irripetibile” che funziona solo con la classe perfetta e col sole pieno. Ti serve qualcosa che si adatti ai gruppi, ai livelli, ai tempi, agli spazi e anche all’imprevisto.

Hanno delegato a me una parte importante del lavoro: ho preparato quindi per loro dei laboratori modulari su temi che, in un contesto agricolo, sono oro se sai come trattarli, ma possono anche diventare una trappola se li affronti in modo superficiale.

Abbiamo lavorato su moduli sulle erbe, sugli uccelli, sul sottosuolo, sulla biodiversità. Temi bellissimi, ma soprattutto temi che richiedono una cura enorme nel modo in cui li rendi accessibili senza svuotarli.

Io la naturalista di riferimento, loro gli adulti di riferimento che hanno messo in pratica tutto questo. Un gioco di squadra.

E sì, sorrido mentre lo scrivo perché è stato un successo. Non nel senso “brava io”, che non è il punto, ma nel senso più concreto e importante: hanno iniziato ad arrivare richieste continue da parte delle scuole, sia vicine sia più lontane. E questa cosa, per un’azienda agricola familiare, cambia tanto, perché significa che il territorio ti riconosce come luogo educativo, non solo come luogo di produzione o come posto “carino dove andare ogni tanto nel weekend”.

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È un lavoro di empatia: come il pubblico può reagire alle attività in natura

Ma la parte ancora più bella, per me, non è stata vedere che i laboratori funzionavano… è stato vedere cosa succedeva alle persone dentro quei laboratori.

Perché in quel percorso è emerso chiaramente che non tutti i bambini erano abituati a stare fuori davvero. E non lo dico per giudicare nessuno: lo dico perché lo vedi nei dettagli. Lo vedi nel modo in cui alcuni arrivano con scarpe inadatte, nel modo in cui si irrigidiscono appena sentono umido, nel modo in cui chiedono continuamente “posso?”, “si può?”, “mi sporco?”, come se la natura fosse una cosa da attraversare facendo attenzione a non toccarla troppo.

E lo vedi anche negli adulti. Alcuni insegnanti erano restii e anche quello lo capisci da tante cose piccole, magari da come si posizionano, da come tengono il gruppo, dal livello di controllo che cercano di esercitare su un ambiente che non è “controllabile”.

 

Uno dei risultati più importanti: il laboratorio sul sottosuolo

E poi, a un certo punto, succede una cosa che per me è la prova più concreta che l’educazione ambientale fatta bene non è magia, ma metodo: il laboratorio sul sottosuolo, quello su terra, suolo e microrganismi, è stato il laboratorio più gettonato. Quello richiesto anche più volte.

Ed è paradossale, perché se c’era un tema su cui loro si sentivano meno portati era proprio quello. Non erano sicuri che sarebbe piaciuto perché, diciamolo, il suolo non ha lo stesso fascino immediato di un animale grande o di un frutto da raccogliere. Il suolo è “sporco” nella testa di molte persone..e dentro il suolo ci sono protagonisti che spesso vengono accolti con il naso storto: i lombrichi.

E invece ha fatto centro: quel laboratorio non era “giochi sui lombrichi”, e non era nemmeno “lezione sul suolo”.

Era un’esperienza costruita al millimetro, in cui ogni aspetto era curato: i tempi, il ritmo, i momenti di osservazione, le parole scelte per nominare cose complesse senza banalizzarle, la parte motoria che trasformava il corpo in strumento di comprensione e poi i collegamenti, quelli che fanno dire a un bambino “ah, quindi questa cosa serve davvero”, senza che tu debba convincerlo.

Loro quel laboratorio l’hanno ricevuto e poi hanno fatto la cosa più importante in assoluto: lo hanno modificato, reso ancora più loro. 

Hanno estrapolato le attività migliori in base alla scuola che avevano davanti, lo hanno adattato al contesto, al gruppo, al tempo e lo hanno portato avanti anche sotto la pioggia, perché quando un laboratorio è pensato bene non si rompe al primo imprevisto, cambia forma ma resta coerente.

E c’è un’immagine che mi hanno raccontato e per me è fortissima, vuol dire proprio tanto: una classe in cui persino le insegnanti si sono rotolate per terra giù dalla collina insieme ai loro bambini… e che hanno voluto fare il percorso motorio dei lombrichi loro stesse.

Non è una cosa folle in cui credere… può succedere quando un’esperienza è costruita in modo tale che anche l’adulto smette di pensare “devo controllare tutto” e inizia a sentire “posso fidarmi, posso partecipare, posso farne parte anch’io”

Chiudiamo il cerchio: proporre un’educazione ambientale di valore

Ed è qui che torno al punto centrale di tutto questo articolo: non basta portare fuori le persone, di tutte le età, per dire di fare educazione ambientale… Portare fuori è relativamente facile (accompagnatori di media montagna, non voletemi male, è per semplificare). 

Fare educazione ambientale, e farla bene, significa saper trasmettere nozioni scientifiche difficili e spesso evitate, in un modo comprensibile a tutti, mantenendole scientifiche, senza ridurle a un gioco fine a sé stesso e senza trasformarle in un discorso che rimane all’interno dell’esperienza e poi non ha riscontro quotidiano.

Se lavori in questo ambito, lo sai: il confine è sottilissimo… e quando lo attraversi nel modo giusto, vedi succedere cose che non puoi ottenere né con una lezione frontale in classe né con una gita improvvisata.

A questo punto, se sei un’azienda agricola e vuoi ottenere un risultato simile, cioè integrare l’educazione ambientale nella tua realtà in modo serio, coerente e portarla avanti nel tempo senza improvvisare ogni volta, ci sono diverse strade con cui possiamo lavorare insieme.

I percorsi che di solito funzionano meglio per le aziende agricole sono Germoglio e Achillea perché permettono di strutturare un programma, creare laboratori modulari, formare chi li porta avanti e costruire una proposta che non dipenda dall’ispirazione del momento. 

In alcuni casi, quando la realtà è molto specifica (come associazioni locali e simili) o quando si desidera un accompagnamento più continuativo, è possibile costruire anche un percorso annuale personalizzato, in cui collaboro come naturalista al vostro fianco, esattamente come è successo con Juppi.

Non per sostituirvi, ma per aiutarvi a trasformare ciò in cui credete in esperienze educative che funzionano davvero, per le scuole, per i bambini e per il vostro pubblico di riferimento.

Qui trovi altre informazioni. Per fare il primo passo, prenota la call conoscitiva.

Domande comuni (e risposte sincere)

Serve un bosco o posso iniziare dal cortile?

Puoi iniziare dal cortile. Outdoor significa all’aperto e la continuità spesso nasce dal vicino. Anzi, conoscere per proteggere per me ha più senso sul territorio locale: è così che si fa un lavoro di empatia.

 

 

Io sono una guida e un naturalista: posso lavorare con le scuole senza formazione pedagogica?

La conoscenza naturalistica è una base preziosa, però lavorare con un gruppo richiede anche competenze di conduzione, linguaggio, gestione del ritmo, sicurezza, inclusione. Se senti che il nodo è “so cosa dire ma non so come trasformarlo in esperienza”, quella non è una mancanza di valore: è il punto in cui serve più struttura. Il primo modo per iniziare è considerare una fase di co-progettazione con gli insegnanti della scuola.

 

 

Esiste un modo semplice per progettare senza impazzire?

Dipende dal tuo “semplice”. Segui questi step: obiettivi, contesto con potenziale, pochi strumenti ben scelti, tempi realistici, revisione dopo ogni uscita.

Se per semplice però vuol dire che in un’ora hai un’attività pronta… non è possibile. 

 

 

Educazione ambientale è sensibilizzazione?

La sensibilizzazione può esserci, ma l’educazione ambientale, nella sua impostazione storica, include anche conoscenza, competenze e partecipazione. La sensibilizzazione per me è la conseguenza di un’esperienza ben riuscita, anche se non è a tema sostenibilità ambientale.  

 

 

Quanta base scientifica serve per fare educazione ambientale?

La professione non è ben definita e non c’è un titolo effettivo per diventare Educatore ambientale. Questo comporta che nel nostro Paese ogni educatore ambientale può avere un background diverso dall’altro. Per me, la laurea in Scienze Ambientali e Naturali è essenziale, sappi che viene richiesta se vuoi lavorare con enti e con la maggior parte delle cooperative. Al tempo stesso però, non essendoci linee guida con confini netti, se sei una guida escursionistica e ti specializzi maggiormente nell’educazione ambientale… ad oggi lo puoi fare. Sarà difficile, perché non possiede tante conoscenze che arrivano con i percorsi di laurea, ma è fattibile, per questo affianco molto guide in qualità di naturalista. 

Conclusione: porta con te questa guida

Se sei arrivato fin qui, probabilmente hai già capito la cosa che a me sta più a cuore: outdoor education ed educazione ambientale non sono due etichette da aggiungere a una descrizione, sono scelte educative che richiedono intenzione, preparazione e una relazione seria con ciò che stai facendo.

E se oggi ti senti nel mezzo, con pezzi sparsi, entusiasmo e confusione insieme, io non ti dico “se lo vuoi, tutto è possibile” (sì, amo i Finley ahah) “se lo vuoi, puoi” “buttati”… Perché ti starei dicendo una cazzata… con questo lavoro non si scherza e non basta aprire una Partita Iva per diventare un professionista.

Se vuoi fare il passo successivo senza trasformarlo in una cosa gigante prima del dovuto, ho aperto la possibilità di accedere ad una consulenza singola del valore di €62 in cui puoi portarmi dubbi, domande, confronti a riguardo.

È un inizio che non ti risolve tutto, ma consideralo come un momento di ordine, pensato proprio per quando senti che ti serve qualcuno che ti aiuti a mettere insieme i pezzi che al momento ti creano confusione e frustrazione.

Ah e se prima vuoi sentire anche la mia voce e capire con chi hai a che fare, ti consiglio di ascoltare la puntata numero 2 del podcast, perché lì ragiono anche sul legame tra educazione all’aperto e educazione ambientale con un ritmo diverso, più discorsivo e ti racconto la mia esperienza sul tema. 

Un abbraccio,
Benedetta

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