4 chiacchiere con...

AGOSTINO DA POLENZA: racconti di grandi imprese, tradizioni e sensibilità ambientale

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Agostino Da Polenza è alpinista, guida, coordinatore di progetti scientifici ad alta quota ed un grande punto di riferimento per il mondo della montagna. Come per Maurizio Gallo, suo compagno di imprese, anche dalla voce di Agostino si percepisce in primis una grandissima passione per l’ambiente montano, per ogni sua piccola sfaccettatura e per le persone che dipendono da esso.

Agostino Da Polenza ha scritto la storia dell’alpinismo, ma non solo, dato che ha preso parte in prima persona alle ricerche scientifiche per la tutela ambientale e per lo studio del territorio montano e continua tuttora a farlo, mostrandosi in prima linea all’evento organizzato da Mountain Genius (ne parlerò presto qui), all’EvK2CNR e in seguito all’EvK2Minoprio al fianco dei giovani.

4 chiacchiere con…

Durante la nostra chiacchierata, Agostino Da Polenza mi ha raccontato cosa ne pensa della fruizione della montagna montagna ai giorni nostri, delle sue imprese sul K2, dell’alpinismo vero e proprio e dell’inquinamento legato a questa attività.

Buona lettura!

Parlando di imprese: tu ne hai fatte diverse, però forse una delle più famose è la salita al K2 nell’83. Cosa si prova a salire in cima ad una montagna del genere? C’è adrenalina, paura?

Quando sono salito sul K2 nel 1983 avevo 28 anni, ero molto giovane, ed ero a capo di una spedizione con 25-30 alpinisti iniziata ad aprile e terminata a settembre. La definisco l’ultima grande spedizione apocalittica nella storia dell’alpinismo (ride).

Siamo arrivati alla base con camion, bus, pieni di tutto, con cammelli e capre. Sembrava una carovana biblica! C’erano 15 alpinisti italiani, accompagnatori etc… e io ero il responsabile, ma ero un ragazzotto! Con una grande responsabilità. C’erano gli ufficiali cinesi, uno dei quali mi ha “adottato” e mi ha preso sotto la sua ala protettrice. Ho iniziato coordinando la spedizione, ed ha funzionato. Sono sopravvissuti tutti ed è andata bene.

Cosa pensi che ti sia servito per portare a termine la spedizione? Qual è stata la chiave?

Per un periodo ho fatto l’alpinista. Quando fai l’alpinista hai il paraocchi e devi solo pensare di arrivare in cima. L’alpinismo anche se sei in gruppo, è uno sport in cui devi essere molto individualista, in cui l’unico pensiero sei tu e la vetta. Io ho fatto così e ci sono arrivato.

Ultimamente si sente spesso parlare di corse, competizioni e gare in montagna. Cosa ne pensi?

C’è un alpinismo che è legato a quello tradizionale ed è giusto che sia così, ma oltre a questo ci sono tantissimi altri sport e attività outdoor legate alla montagna. La montagna è un terreno molto libero di azione.

Fin troppo libero, no?

Sì, anche io sono d’accordo. Forse non è che è troppo libera, forse semplicemente c’è una confusione semantica alla base. Se uno dice “ho fatto dell’alpinismo” dovrebbe inserire la sua impresa dentro alcuni canoni o paletti, che sono quelli dell’alpinismo. Poi ci sono l’arrampicata e tante altre cose, ma ognuna è delimitata dai suoi paletti.

Questa storia che in montagna non esistono regole è un po’ esagerata per certi versi. Ok, forse non esistono regole, ma esiste una tradizione che ci riporta delle regole alle quali noi in qualche maniera ci riferiamo e attraverso cui noi valutiamo le imprese che vengono compiute.

Un paradosso degli alpinisti è che fanno sempre molto i timidi, i riservati, poi però sono tra i più grandi raccontatori di sé stessi. Difficilmente negli altri sport trovi tanti raccontatori di sé stessi come nell’alpinismo! Quando gli alpinisti si trovano davanti alla telecamera parlano subito delle loro imprese (ride).

Cosa ti sentiresti di consigliare ai giovani alpinisti che vogliono intraprendere delle imprese simili a quelle che hai portato a termine tu?

Mi piacerebbe tanto che i giovani alpinisti iniziassero studiando la storia dell’alpinismo e delle montagne. Sarebbe bello che le studiassero dal punto di vista naturalistico perché per fare l’alpinista non occorre solo la capacità fisica e mentale e la resistenza a situazioni estreme, ma per resistere lì devi avere un sapere che solo la conoscenza del territorio circostante ti dà. Quindi le montagne, la meteorologia, la climatologia, tanti saperi messi insieme: tutto questo fa un’esperienza. Ma è così anche negli altri sport. L’alpinismo purtroppo ha la supponenza di pensare che basti andare in un luogo di montagna, mettersi un paio di pedule, di scarponi e salire in alto e quello è alpinismo: no!

Tu all’epoca come hai fatto a imparare tutte queste nozioni?

Pensa che coincidenza! Ieri all’inizio del convegno mio fratello mi ha portato il libro con cui ho imparato a fare l’alpinista! Era il manuale per l’alpinista. Io ho imparato leggendo lì e applicandolo pian piano, man mano che sono andato avanti. Certo, però io a 28 anni ero in cima al K2 quindi sicuramente ho avuto anche la voglia di arrivarci e la convinzione di imparare tante cose in fretta per arrivarci il prima possibile. E ce l’ho fatta!

C’è un aneddoto particolare che ti va di raccontarci? Una montagna che ti sta a cuore?

A cuore si ritorna sempre sul K2. Ci sono tornato nel ‘86, dopo l’83, poi ancora nel ‘96, nel 2004 con la spedizione per il 50 anniversario della prima conquista, poi nel 2014 organizzando una spedizione totalmente pakistana. Per cui certamente quella è la montagna con cui io mi identifico molto.

Degli aneddoti ce ne sarebbero milioni, il vero tema però è che io ad un certo punto in poi cambio un po’ pelle: un giorno mi chiama Ardito Desio e mi chiede di organizzare con lui una spedizione scientifica che poi è diventata l’avventura di EvK2CNR. Ho organizzato tutta la logistica per prendere tutte le rilevazioni e le misurazioni del K2 e mi è piaciuto molto nonostante tutte le complicazioni non indifferenti dal punto di vista delle dogane, dei passaggi fra gli stati… dopo qualche anno poi nacque la Piramide all’Everest.

Everest, K2, il Parco del Karakorum sono diventati posti che oggi considero casa.

La chiamano la montagna degli italiani! Per spiegarvi lo stretto rapporto che ho con quei luoghi vi racconto questo: in una delle due capitali della regione, il governatore ha nominato una strada con il mio nome, Via Agostino Da Polenza. Io finora non sono defunto per cui è stato un bel gesto e mi fa molto piacere! (ride).

Con quanta frequenza torni lì?

Troppo poco! L’ultima volta per la verità due mesi fa con Maurizio Gallo, io non sono salito in cima, ma gli altri hanno fatto una bellissima traversata di 4 giorni con gli sci su un altipiano pieno di neve e di orsi. Bellissimo! Quando sono arrivati dall’altra parte li ho incontrati e abbiamo festeggiato.

Essendo andato tante volte e in diversi anni sul K2, dal punto di vista territoriale e anche naturalistico tu rappresenti comunque una memoria del territorio. Hai visto tanti cambiamenti?

Sì, ma non in peggio. I primi anni che ci andavo era un po’ come da noi in realtà: 30 anni fa qui trovavi tanta immondizia in giro, nelle vallette piene di rifiuti, di stufe, vetri… poi siamo diventati bravi, c’è scoppiato qualcosa in testa e siamo diventati tutti ecologisti per fortuna! Da quelle parti quando io sono arrivato era ancora così, tutti buttavano in terra tutto e alla fine delle spedizioni bruciavano tutto quello che avanzava, dalle tende, al cibo, agli imballaggi. Normalmente andava avanti a bruciare per qualche giorno, diventava una grande montagnola di plastiche mezze bruciate, una porcheria indecente, poi nevicava, il ghiacciaio se la macinava e se la rimangiava negli anni.

Oggi se parti dal campo base e ridiscendi lungo la morena centrale fai un percorso di “archeologia alpinistica” perché man mano che scendi incontri le immondizie delle ultime spedizioni. Ultimamente diciamo che ce la caviamo, nel senso che ormai tutti gli alpinisti, per obbligo o per amore, la loro immondizia se la portano a casa. Però poi arrivi a un certo punto, quotato a 10 anni fa, e da lì in poi l’attenzione era minore.

Te ne accorgi perché iniziano ad uscire fuori dal ghiacciaio questi cumuli, che risalgono fino a 30 anni fa, che riemergono. Grazie a Dio negli ultimi 10 anni abbiamo messi in piedi un meccanismo di raccolta e smaltimento di questa immondizia e anche di quella nuova e tutti gli anni tiriamo fuori 5-6 tonnellate di immondizia. Diciamo che di questi, 2 tonnellate sono i rifiuti organici umani: in alta quota installiamo dei bagni e poi i bidoni vengono caricati e riportati a valle.

Ecco, queste sono le sensibilità che oggi ci sono: c’è decisamente molta più sensibilità. Però oggi in Pakistan c’è un turismo nuovo: 10 anni c’erano 30.000 turisti pakistani che andavano in quelle regioni, nel 2019 ce n’erano quasi 2 milioni! Un aumento del turismo come negli anni 60-70 da noi. Hanno scoperto le montagne… forse non hanno ancora scoperto bene la cultura ambientale e quindi uno dei compiti del creare parchi e aree protette è anche questo. Forzare un po’ la mano per la cura dell’ambiente.

Ti alleni?

No, perché sono vecchio! Cammino, vado in montagna, mi piace tantissimo andare con il mio cagnone, un bellissimo giovane bracco, e appena posso vado. Anche lui è appassionato di montagna quindi ci andiamo insieme!

Grazie ad Agostino Da Polenza per questo personale racconto: è stato emozionante poter confrontarmi su questi temi così caldi con un alpinista del suo calibro, così disponibile e con tanta voglia di chiacchierare. Mentre mi parlava non ho potuto far altro che pensare affascinata: ”a 28 anni lui era sul K2”.

L’intervista è stata effettuata presso la Fondazione Minoprio durante la conferenza internazionale di Mountain Genius, dove ho avuto modo di svolgere altre interviste. Per scoprire il racconto del forestale e consulente della Banca Mondiale Efrem Ferrari puoi cliccare qui.

Dillo a tutti!

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